Secondo appuntamento al Tambosi, ieri lunedì 26 febbraio 2024, per il progetto “Incontro con l’autore”: il romanzo affrontata dai ragazzi e dalle ragazze delle classi Quinte è “E il Rosso intonò una canzone” e l’autore è Francesco Marchi, scrittore di vocazione ed ex poliziotto di professione. E poi c’è Marco Ognissanti, ex militante nelle Brigate Rosse per un breve periodo.
I protagonisti del romanzo sono un gruppo di ragazzi che prestano servizio – tra il 1979 e il 1982 – nella DIGOS a Milano e i cosiddetti Anni di Piombo, il periodo storico caratterizzato da un’atmosfera di terrore in Italia fra anni Sessanta e Settanta e che hanno visto il loro apice con il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro. E, ovviamente i giovanissimi ragazzi e ragazze che militavano nelle forze armate, in particolare le Brigate Rosse, regolari (coloro che conducevano una vita normale fra studio, lavoro e famiglia) e irregolari (che svolgevano il ruolo 24 ore al giorno).
L’argomento di certo non è facile né particolarmente “battuto” nella narrativa italiana e quella destinata al pubblico di giovani lettori e lettrici delle scuole: l’autore affida coraggiosamente alle pagine del libro il compito di dare voce (“in modo meno retorico, in un’ottica di vicinanza alle persone”) ai ricordi che lo hanno accompagnato per 40 anni e l’onere di farsi testimone di un periodo storico ambiguo e difficile. Da raccontare e da interpretare, specialmente oggi, a ridosso della ricorrenza del rapimento Moro (16 marzo).
Proprio i giovani protagonisti del “Rosso” – sia i poliziotti, rappresentanti dell’ordine, della legalità e dello Stato, sia le Brigate Rosse, ribelli e pronti a opporsi alle ingiustizie nei confronti del proletariato attraverso violenza e terrore – parlano ai giovani di oggi, ugualmente protagonisti della Storia e probabilmente ugualmente smarriti rispetto alla realtà. “Eravamo ragazzi di 15, 16, 17 anni, che si combattevano fra loro”, dice l’autore.
“Il libro nasce dalla necessità di scrivere, raccontare una cosa avvenuta 40 anni fa ed è stato difficile. Se è autobiografico? Marco (ndr il protagonista e voce narrante) non è necessariamente Francesco Marchi. Ma è “anche” Francesco Marchi.” E poi ha chiamato Marco (si sono conosciuti e sono diventati amici curiosamente dopo che entrambi avevano lasciato le rispettive organizzazioni, polizia e lotta armata) e hanno stabilito di “farlo insieme questo percorso”: di affrontare un tema complicato e ancora divisivo, di farsi testimoni in un sodalizio più unico che raro. “Non si parla dei drammi dell’epoca ed occorre, invece, parlarne. Non è facile dopo 40 anni di silenzio. Non è facile parlare delle bombe nelle banche e sui treni.”
La riflessione di una studentessa suggerisce il delicato argomento del “rapporto con la Morte”: “Morte. Uno metteva in conto che poteva morire e uccidere una persona. Diventava una cosa quasi automatica (che per fortuna non ha toccato né Francesco né Marco)” riflette Marchi. “Quello che avveniva mi toccava a livello di amicizia, perché magari toccava qualcuno con cui ti eri scambiato una sigaretta la sera prima. O toccava a te.”
E’ davvero preziosa la testimonianza di Marco, militante nelle forze armate dal 1976 e 1977, ma, per fortuna, “sono uscito prima del rapimento Moro”, evento che, inaspettatamente, generò un’affezione e adesione di massa alle Brigate Rosse da parte dei giovanissimi, incredibilmente rese famose dall’ardito delitto. Per lo stesso effetto hype ed emulazione figlio dei nostri giorni. E senza smartphone, senza tecnologia e senza social.
“Io ho condiviso l’esperienza degli Anni di Piombo dall’altra parte” dice Marco, “ritenevo che l’unico modo per cambiare le cose radicalmente fosse impugnando le armi.” “E’ molto difficile oggi capire quegli anni. Uno aveva la sensazione di essere dentro la Storia: erano fatti che riguardavano tutti. La società era politicizzata: io sono stato fortunato, perché non ho ucciso nessuno. E non sono stato ucciso.”
Quella del “Rosso” è una storia di ragazzi e ragazze – dell’una e dell’altra parte – che manifestano le proprie idee , difendono i propri ideali e compiono scelte e atti responsabili con l’ardore della giovinezza. E’ una storia di atti violenti e terribili vissuti con sospetto e tremore a contatto con bombe, manifestazioni, scioperi, attentati e rapimenti. E’ la storia di ragazzi e ragazze che hanno fatto parte della Storia, “ognuno con le proprie ragioni”, come direbbe il commissario Kim de “Il sentiero dei nidi di Ragno” di Italo Calvino.
“In quegli anni si usava molto il manganello per reprimere. Così come si scendeva in piazza per cercare lo scontro. Poi dovevi/volevi trovare un responsabile – chi ti governava.” conclude Francesco Marchi. “Il manganello provoca lo scollamento tra cittadini e Istituzioni politiche. Nel momento in cui c’è conflitto a fuoco, qualcosa è andato storto.”







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