Tu che mi guardi, io che mi racconto

Una mostra d’arte relazionale nel cuore di Trento. Una mostra che parla di donne alle donne. Ma non solo.

Sono storie impresse in volti aerei. Sono volti in cui specchiarsi.
“Tu che mi guardi, io che mi racconto” è l’esposizione firmata dalle artiste La Chigi e Virginia Sartori e inaugurata presso la cappella Vanini – Palazzo Thun fino al 28 aprile 2024. Parafrasando il titolo di un testo della femminista Cavareno “Tu che mi guardi, tu che mi racconti”, l’esposizione affronta il tema della condizione della donna di oggi nella nostra Provincia.

“Io, La Chigi, e l’artista Virginia Sartori, abbiamo voluto restituire visibilità alle donne, rendendole protagoniste non solo della loro storia di vita ma della loro narrazione, senza mediare ma lasciando loro la parola con le loro stesse parole, le loro storie ordinarie e straordinarie insieme, individuali e insieme collettive” spiega l’artista La Chigi.
E’ una Trento bellissima e privilegiata, infatti, quella che si apre in questo spazio fatto di volti di gesso che volano liberi. E’ una Trento nascosta, che parla di relazioni arcaiche e tossiche, di stereotipi di genere e di uno sguardo maschile spesso intrusivo.
L’ambiente creato è onirico e di forte impatto visivo: una volta costellata di volti, espressioni e occhi muti che raccontano la loro storia attraverso fogli bianchi, che volteggiano nella cappella. E chiedono al visitatore di leggerli, ascoltarli e condividerli.
Sono storie di solitudini, frustrazioni e anche di violenza.
Sono storie di donne.

Nello specifico, si tratta di un’esposizione site specific e immersiva che intreccia le tecniche della scultura, della performance e dell’arte partecipata. “In mostra non ci sono opere in senso tradizionale ma ci sono dei calchi di circa una cinquantina di donne trentine e degli estratti delle loro storie, che le partecipanti al progetto ci hanno consegnato con generosità estrema, grazie al rapporto di fiducia che si è venuto a creare (e che ci ha permesso in primo luogo di fare loro dei calchi con occhi e bocca chiusa!)” continua l’artista. “È la fase di preparazione al calco, più ancora del calco stesso, ad essere importante. È un momento molto intimo di affidamento reciproco, tra donne nel nostro caso anche con sconosciute o quasi, che avveniva in uno spazio allestito come una sorta di salone di bellezza, che voleva però non occuparsi di corpi ma di ‘anime’, attraverso gesti di cura, prima nella preparazione del volto per il calco gesso e poi nell’ascolto delle storie.”

Si parla di patriarcato, di ragazzi “normalissimi e di buona famiglia e benestanti”, di relazioni tossiche nella Trento bene. Di gelosia e controllo. Di violenza domestica, catcalling, prevaricazione sul lavoro. Di un Trentino ancora chiuso in consuetudini malsane. Donne ancora sospese tra l’essere una brava bambina, una ragazza oggetto di fischi e complimenti e ruoli sociali legati al caro vecchio focolare domestico e alla gabbia della sensualità estetica. Perché si parla ancora del corpo delle donne come prigione per sguardi invadenti. Donne che devono essere sempre performanti.

Eppure, c’è chi rinascerebbe donna.

Donne che si fanno opera d’arte tirando fuori – letteralmente – la propria faccia e la propria intima storia, la propria solitudine e le proprie ferite. E che scelgono di essere libere. Per stare con le donne.
Tra i volti ci sentono le voci di ragazze giovani che si confrontano con discipline stem; ci sono voci di donne che vivono la competizione sul lavoro e donne a loro volta maschiliste. Voci che raccontano la propria storia attraverso il labirinto di sguardi bianchi, come in un allegorico e immaginifico panorama dantesco.
Donne che si fanno chiamare al maschile nel loro ruolo dirigenziale per “avere più credibilità e professionalità.” Come se essere donna nel 2024 fosse solo e ancora sinonimo di frivolezza. O come se fosse ancora normale dare per scontato che una porta aperta è un invito intimo.

“L’esposizione ha sicuramente dei contenuti molto duri ma necessari, perché un reale cambiamento non è ancora avvenuto, né a livello superficiale né sostanziale” conclude La Chigi. “Ognuno quindi deve fare ancora e ancora la sua parte, per sensibilizzare o per rendersi consapevole di ciò che ancora non va, per smettere di accettare l’inaccettabile e rivendicare un reale ben-essere per tutti senza più ruoli sclerotizzati e sclerotizzanti, senza più aspettative e pregiudizi limitanti.”

Si tratta di un’esposizione necessaria e ancor più necessario è estendere l’invito ad esplorarla a tutti e a tutte, a giovani e a meno giovani.

La mostra è visitabile nei seguenti orari:

  • Martedì, Mercoledì, Giovedì e Venerdì dalle 15:00 alle 19:00
  • Sabato e Domenica dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 14:00 alle 19:00

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