Parlare degli anni di piombo ai ragazzi di oggi: è possibile?

Al Tambosi si parla di Anni di piombo con lo scrittore Francesco Marchi, autore del romanzo "Coccodrillo infame".

È possibile parlare degli anni di piombo ai ragazzi di oggi, nel 2026? La risposta è arrivata ieri mattina, lunedì 23 febbraio 2026, dalle sei classi dell’ Istituto Tambosi , protagoniste di un incontro intenso con Francesco Marchi , autore del romanzo “Coccodrillo infame” ed ex poliziotto della DIGOS , in servizio proprio in quegli anni, quando aveva poco più di vent’anni.

“Ciò che va fatto fino in fondo è vivere nella coerenza, nella saldezza delle proprie ragioni e dei propri ideali. (…) combatterò per sempre con i miei compagni contro l’ingiustizia sociale e lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo.” (Alberto, Coccodrillo infame)

“Coccodrillo infame” è un romanzo poliziesco e un romanzo di formazione. Un romanzo di riflessione e di informazione. E’ la storia di un gruppo di giovani ragazzi appartenenti a un’organizzazione clandestina e rivoluzionaria (non si parla di Brigate Rosse, ma il contesto è quello): Alberto, Michele, Vanda, Paolo sono ragazzi poco più che ventenni che lottano per un ideale sociale e mettono a rischio gli altri e se stessi. E’ una storia che intreccia le loro storie con un ritmo incalzante condito di suspense e colpi di scena. Un romanzo consigliato al pubblico dei giovani maturandi e degli adulti.

“Perché raccontare?”, chiede Marchi aprendo l’incontro con la giovane platea. “Forse per comunicare il senso di quella storia. Perché si guarda indietro e ci si domanda: perché non raccontare quelle cose? Perché Alessandro Manzoni ha raccontato quella storia?”. Raccontare, spiega, è un bisogno profondo: rappresentare il reale per rendere comprensibile, usare “una penna e un foglio di carta” per comunicare qualcosa che resti.

Marchi quegli anni non li ha studiati soltanto: li ha vissuti. Ha conosciuto persone, volti, scelte e conseguenze. E i ragazzi ascoltano con curiosità, facendo domande dirette: come era vivere e lavorare in quel contesto? “Era un periodo confuso. Ci si sparava addosso. Si passava davanti all’edicola per vedere a chi avevano sparato il giorno prima. Era complicato”. Eppure, aggiunge, il mondo di oggi non è poi così distante: cambiano i numeri, non sempre le dinamiche.
“Negli anni della lotta armata”, racconta Marchi, “chi scelse di entrare nelle organizzazioni clandestine lo fece assumendosi subito il peso delle proprie azioni. Parliamo di decine di migliaia di persone coinvolte tra condanne, indagini e vittime. Molti di quei giovani, entrati all’inizio degli anni Ottanta, col tempo hanno iniziato a pentirsi, a collaborare, a fare i nomi. Anche questo fa parte della storia.” C’era semplicità persino nel modo di apparire: l’abbigliamento, i simboli, i segni esteriori raccontavano subito da che parte stavi. Ma quella semplicità conviveva con un’ambiguità profonda, che Marchi ha voluto mettere al centro del suo romanzo. In “Coccodrillo infame” tutti i personaggi hanno una seconda possibilità. Tutti i protagonisti sono, a modo loro, “infami”. L’autore quasi scompare dalla narrazione: “Io ci sono solo in un cameo. Ho preferito dare spazio agli altri. Questa non è una storia di eroi“.

“Siamo dei rivoluzionari, noi, non delinquenti.” (Alberto, Coccodrillo infame)

Il dolore, però, è reale. Il poliziotto che muore all’inizio del libro era un suo collega. Così come lo erano gli altri che non sono tornati a casa. C’è il ricordo delle vittime, delle bombe, della paura quotidiana. E c’è anche la vita normale: perquisizioni all’alba, turni massacranti, ma anche vent’anni sulle spalle, le uscite con gli amici, il bowling, la birreria, la caccia alle ragazze. Con una regola ferrea: non dire mai fuori dall’ambiente che si lavorava nella Digos. Sulla carta d’identità c’era scritto “impiegato”. Era una questione di sopravvivenza.

L’immagine di copertina del libro sintetizza tutto questo: un giovane con un’ombra addosso, una faccia pubblica e una privata, occhi da lucertola che suggeriscono pensieri controversi. “L’ambiguità sta in tutti noi”, conclude Marchi. Ed è forse proprio questo il motivo per cui raccontare gli anni di piombo ai ragazzi di oggi non solo è possibile, ma necessario.

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