DIARIO DELLA GITA SPECIALE DELLA “QUARTA D” nel 1971

🧳✈️ GLI STUDENTI DIPLOMATI NEL 1972 INCONTRANO LA REDAZIONE DEL TAMBOSINO
🧳✈️PARIGI 28 APRILE – 2 MAGGIO 1971: DIARIO DELLA GITA SPECIALE DELLA “QUARTA D”

✒️ Scritto nell’Estate 1971
✒️ a cura di Rita Martini

🥐”Parigi è una città indimenticabile, specialmente per dei ragazzi che come noi vi sono andati in gita scolastica ed hanno vissuto alcune giornate nella più completa libertà, in un ambiente tanto più bello e affascinante di quello in cui siamo abituati a vivere. Per questo desidero scrivere ora, ad alcuni mesi di distanza, quei momenti che non scorderò mai.

 

📅Martedi 27 aprile:

alle 7 e 1/2 di sera eravamo tutti nell’atrio della stazione; non mancava nessuno. Inutile raccontare come avevamo passato la mattinata a scuola: solo la professoressa d’inglese era riuscita, in qualche modo, a farci lezione; tutti gli altri professori hanno lasciato perdere e ne è risultato cosi una mattinata noiosa, priva della suspense delle interrogazioni, naturalmente con grande sollievo di tutti noi. C’era ancora della gente che faceva conti, che si preoccupava del cambio in moneta francese e il capoclasse era ogni mezz’ora ora in presidenza o in segreteria.
Il pomeriggio l’abbiamo trascorso negli ultimi preparativi, culminati nel momento solenne della chiusura della valigia. Non so però quanti di noi non l’abbiano poi più riaperta. Personalmente ne avrò controllato il contenuto per lo meno una decina di volte. Forse agli altri è successa la stessa cosa. Comunque, anche il pomeriggio è passato, ed eravamo tutti pronti ad attendere il treno.
Un rapido controllo della carta d’identità, un saluto a parenti ed amici che erano venuti ad accompagnarci ed ecco arrivare puntualmente il treno delle 7 e 40.
Siamo saliti, sistemandoci nel modo migliore negli scompartimenti liberi e ci siamo affacciati tutti ai finestrini per salutare un’ultima volta parenti, amici ecc. C’è stato per me un momento di commozione, ma dopo è passato tutto e sono tornata la ragazza allegra di sempre. Dopo un’ora circa siamo arrivati a Verona e li abbiamo dovuto attendere per 2 ore il treno che ci doveva portare a Parigi. Cosi abbiamo cercato di ingannare il tempo o telefonando a parenti ed amici, o fermandoci a chiacchierare al bar, o andando a fare un giro al Luna-Park o infine montando la guardia alle valigie, a causa soprattutto di alcuni zingari che si aggiravano nella zona. In ogni caso, 10 minuti prima della partenza ci trovavamo tutti ad attendere l’arrivo del treno.

Alle 10 e 40 salivamo sui vagoni che ci sembravano meno affollati e da quel momento dovevano iniziare i primi guai. Il vagone che avevamo occupato era il penultimo, di 2a classe. ma molto confortevole. Soltanto un dubbio ci assillava: sarebbe arrivato quel vagone a Parigi, o sarebbe stato staccato a Domodossola? Per ragioni di sicurezza abbiamo interrogato un ferroviere di passaggio. La persona in questione però dimostrava un interesse molto maggiore nel tentativo di conoscere nuove ragazze e di far loro dei complimenti, piuttosto che darci una risposta certa circa il nostro destino. In ogni caso, il tipo assicurava che il vagone andava a Parigi con il resto del treno. Strano però che lo sapesse con una tale certezza, visto che poi lui smontava a Milano. Nel frattempo non avevamo avuto più notizie della signora Magnani, che era salita un paio di vagoni più avanti di noi. Venuta a conoscenza della nostra reale situazione, stava cercando di convincere il capotreno ad assegnarci un vagone più avanti, ed il capotreno, commosso dalla nostra storia, faceva sgomberare per noi mezzo vagone. Iniziava cosi l’operazione di trasloco: tutti in fila indiana (30 circa) con un paio di borse o valigie ciascuno. È stato per noi senz’altro uno delle camminate più faticose e siamo arrivati esausti alla meta. II vagone era si di 2a classe, ma non lo dimostrava: i sedili erano duri, gli scompartimenti da 8 posti e non era possibile dormire, a meno che non avessimo voluto adottare il sistema dei cavalli. Pare però che ognuno di noi abbia preferito rimanere sveglio. Alle due di notte nessuno di noi aveva ancora chiuso occhio: l’agitazione che avevamo, il desiderio di vedere tutto quello che ci circondava ci impediva di dormire. Finalmente a qualcuno era venuta la brillante idea di andare in 1a classe a rinfrescarsi le idee e cosi, liberatisi gli scompartimenti, qualcuno poteva cercare di addormentarsi in una posizione relativamente comoda. Abbiamo passato le due frontiere senza altri controlli che quello del biglietto e del passaporto collettivo. Abbiamo visto passare davanti a noi le stazioni di Brescia, Milano, Domodossola, Losanna, il Lago di Ginevra, il Giura Francese, le colline e le paludi che costeggiano la ferrovia in Francia.

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📅Mercoledì 28 aprile:

Alle 5 circa cominciava ad albeggiare; mancavano ancora quattro o cinque ore al nostro arrivo e il tempo non passava mai. Cominciavamo ad andare a far visita ai nostri compagni negli altri scompartimenti; secondo indagini, pochissimi erano riusciti ad addormentarsi. Adesso la nostra intenzione era quella di far passare il tempo in fretta e la maggior parte di noi era affacciata ai finestrini. Alle 9 e ½ circa eravamo alla periferia di Parigi: piccole case, giardini fioriti, cortili, campi coltivati ad orto e tutto nell’insieme era uno spettacolo per noi che non siamo abituati ad un tale tipo di paesaggio. All’orizzonte cominciava a delinearsi la città, che raggiungevamo alle 10 circa. Alla nostra discesa dal treno ci accoglieva un freddo pungente. Aveva inizio la nostra avventura a Parigi. Nostra prima preoccupazione è stata quella di prenotare i posti sul treno per il ritorno e cosi, mentre il prof. Meneghelli e la signora Magnani si recavano a compiere questa missione, abbiamo atteso prima all’aperto e poi alla stazione del metrò, il loro ritorno.

Viaggiare in metropolitana è stata una nuova esperienza per molti di noi e ci ha semplicemente affascinato: da come ci era stata precedentemente descritta, sembrava dovesse essere il regno del caos. “Mi raccomando,” ci avevano detto “fate attenzione. potrebbero portarvi via il portafoglio ecc…” e al che ci eravamo un po’ preoccupati. Poi abbiamo constatato che non c’era niente di caotico, probabilmente perché nei momenti di maggior traffico procuravamo di non essere un mezzo alla confusione. I metrò passavano ogni paio di minuti, vengono aperte le porte, la gente esce ed entra, le porte si richiudono e il metrò riparte. In ogni vagone una cartina indica tutte le fermate e le coincidenze per le altre stazioni. Non c’era possibilità di errore, o di perdersi. Comunque, alle 12 arrivavamo all’albergo. Il tempo di sistemare le nostre cose e di rinfrescarci e poi eravamo di nuovo in strada, con una fame da lupo.

In albergo ci servivano solo la 1ª colazione, per il pranzo e la cena dovevamo arrangiarci. Siamo entrati nel primo ristorante che ci capitava e siamo stati peggio dei cani: la carne era immangiabile, cruda, piena di nervetti e di grasso. L’unica cosa che andava erano le patatine fritte e il gelato. Non abbiamo protestato perché la fame ci aveva fatto mangiare quello che in altre occasioni avremmo volentieri rifiutato. II pomeriggio lo abbiamo trascorso nelle nostre stanze, con l’intenzione di riposare. Quanti di noi però l’abbiano fatto non so, posso solo dire che nella mia camera la tranquillità si doveva essere completamente dimenticata di noi; il baccano che abbiamo fatto in quella occasione è stato sentito in tutte le stanze situate sullo stesso pianerottolo.

Alle 5 e 1/2 era fissato l’appuntamento in strada con il resto della classe, dato che i nostri compagni alloggiavano in un albergo accanto al nostro. Il programma comprendeva la visita alla Torre Eiffel. Abbiamo cominciato bene, con un ritardo di appena un quarto d’ora, perché dovevamo aspettare la signora Magnani, Chiara, Alberto e Fiorenza che non avevano trovato posto da noi e che avevano cercato quindi alloggio altrove. Abbiamo preso il metrò per il TROCADERO, l’edificio situato di fronte alla Torre Eiffel e. dopo circa mezz’ora di strada (velocità media 60-80 Km/h, e una ventina di fermate) arrivavamo alla meta. Di li ci siamo diretti a piedi verso la Torre.

Ho provato una certa emozione in quel momento: eravamo a Parigi, e ce ne rendevamo appena conto. Il nostro primo incontro per salire all’ascensore è stato con un altro gruppo di turisti italiani: un paio di classi di un istituto di Napoli. Inutile dire che abbiamo cominciato a litigare, ma per fortuna la fretta ci ha fatto desistere. Siamo saliti fino al secondo piano e da li abbiamo potuto ammirare l’immenso spettacolare panorama che ci circondava da ogni parte. Il sole stava tramontando, il cielo era rosso all’orizzonte e gli ultimi bagliori illuminavano il Louvre, il Trocadero e la cattedrale.

Non avremmo più voluto scendere, ma erano quasi le nove e dovevamo metterci alla ricerca di un ristorante per calmare la fame che avevamo accumulato in quasi dieci ore. Abbiamo camminato per circa un’ora, eravamo stanchi morti, agghiacciati per il freddo pungente. Finalmente, dopo lunghe ricerche riuscivamo a trovare un ristorante: eravamo proprio soddisfatti. Abbiamo mangiato molto meglio che a pranzo; a carne perlomeno era buona, tanto che qualcuno di noi ha pensato bene di non farne restare nel piatto non solo suo, ma anche dei vicini. È successo cosi che mentre qualcuno non ha mangiato quasi niente (e non si sa bene il perché), qualcun altro si è divorato una razione doppia di roba. Lasciamo perdere poi la strage di pane che abbiamo fatto durante tutto il tempo della nostra permanenza a Parigi: se c’era qualche panettiere sull’orlo del fallimento, col nostro arrivo si è senz’altro rimesso in sesto. Comunque quella sera, sulla tavola non è rimasto niente di mangiabile, sembrava che avessimo digiunato da una settimana. Subito dopo cena rientravamo in albergo, stanchi morti; per svegliarci la mattina dopo alle 7 e 1/2 circa.

 

📅Giovedì 29 aprile:

Otto ore di sonno ci avevano fatto veramente bene e la mattina del giovedi ci sentivamo tutti meglio, anche se qualcuno non pareva si fosse completamente svegliato. La colazione ci veniva portata in camera e consisteva in una bevanda a scelta (caffè, tè, latte, cioccolata) e due brioche a testa. Verso le 8 e 1/2 eravamo tutte più o meno pronte in strada e nell’attesa occupavamo il tempo scrivendo cartoline (25-30 a testa circa) a parenti ed amici. Il programma comprendeva la visita all’Arco di Trionfo, ai giardini del Louvre e all’isola sulla Senna.

Con un tremendo ritardo partivamo in metrò e raggiungevamo l’Arco di Trionfo verso le 10. Ci siamo fermati per scattare alcune foto e poi ci siamo diretti ai Campi Elisi, la lunga via che congiunge l’Arco con la Piazza dell’Obelisco. Più che di via, si deve parlare di viale: gli alberi che lo fiancheggiano lo rendono quasi un giardino. Ai lati gli edifici delle compagnie aeree internazionali, i saloni d’esposizione di alcune case automobilistiche, i locali caratteristici della Parigi bene e il LIDO conferivano a questo viale un carattere del tutto particolare. Ci siamo fermati a fare uno spuntino e verso le dodici raggiungevamo i giardini del Louvre. Manco fatto apposta, trovavamo un’altra compagnia di italiani, sempre studenti in gita di piacere, ma stavolta erano di Modena; niente litigi, anche per il fatto che avevamo fame. La camminata ci aveva messo appetito, ma eravamo fermamente decisi a trovare un ristorante con un po’ di criterio. Fortunatamente non c’è voluto molto tempo. Lungo la Senna c’era un ristorante dove si parlava italiano. Siamo andati lì e ci siamo trovati talmente bene che non abbiamo più cambiato per tutto il resto della nostra permanenza a Parigi. Mangiavamo pietanze cucinate all’italiana ed anche il caffè era passabile, se confrontato con quello che veniva servito in tutto il resto della città che noi conoscevamo.

Il pomeriggio lo abbiamo trascorso in riva alla Senna, a riposare, prima di rimetterci di nuovo in moto. Osservavamo con interesse i battelli che ci passavano davanti, carichi di gente. La nostra attenzione veniva attratta anche da personaggi tipici della Senna, povera gente, magari senza abitazione, vagabondi, magari stranieri. Probabilmente per loro non poteva esistere una miseria più nera. In contrasto con loro erano i ragazzi che passavano nei più disparati, abbigliamenti, ragazzi sui 20 anni, magari armati di chitarra. Abbiamo fatto amicizia con alcuni di loro e suonavamo e cantavamo assieme alcune canzoni conosciute da tutti e due i gruppi.

Il tempo passava piuttosto in fretta e verso le quattro decidevamo di incamminarci verso l’isola, che ci stava di fronte. Volevamo andare a Notre Dame, e ci siamo arrivati, dopo aver visitato una cappella sconsacrata conosciuta adesso per i vetri coloratissimi che compongono finestroni enormi. Col sole che vi batte sopra è un vero spettacolo. Unica obiezione era per il biglietto d’entrata. Qualcuno ha osservato che non vedeva perché avrebbe dovuto pagare per entrare in una chiesa, dato che normalmente non ci va nemmeno di domenica. Comunque, ne valeva la pena. Notre Dame ha fatto su di noi l’effetto che può fare una cosa che si è abituati a vedere normalmente in fotografia, o al massimo a sognare, e che ad un tratto ci si trova davanti. vera, reale. Ci ha colpiti soprattutto l’esterno della chiesa, tutto in marmo, con figure in bassorilievo e un’infinità di statue situate in nicchie o sugli appositi piedistalli, perfino sul tetto, se cosi si può chiamare. Siamo entrati ed abbiamo fatto un giro per renderci conto più da vicino dell’interno della cattedrale, ma non ci siamo fermati molto.

Era quasi ora di cena ed avevamo deciso di tornare al ristorante per mangiare qualcosa. Tanto per cambiare non avevamo molta fame, per quella sera ci sarebbe bastato un panino. Abbiamo percorso la strada che corre lungo la Senna, a velocità di crociera. Ci siamo fermati più di una volta a delle bancarelle piuttosto particolari, in cui si vendevano libri, oggetti vari, biglietti comici, stampe varie. Sono caratteristiche perché sono come dei cassettoni che la sera vengono chiusi con il lucchetto e riaperti la mattina.

Abbiamo cenato alle 8 circa quella sera ed avevamo deciso che più tardi saremmo andati a ballare, ma non sapevamo dove. Allora il cameriere, un ragazzo sui 18 anni, si è offerto di accompagnarci in un locale che conosceva. Abbiamo preso la metropolitana e lo abbiamo seguito. Il locale che avevamo scelto era però piuttosto affollato, dalla stessa compagnia italiana, di Modena, che avevano incontrato la mattina. Non ci trovavamo quindi per niente a disagio, a parte il fatto che non abbiamo fatto per niente comunella. Noi, della nostra classe, eravamo abbastanza affiatati. Ballavamo lo shake tutti insieme e ci siamo divertiti un sacco.

Logicamente però quando ci si diverte, il tempo passa troppo in fretta e, come Cenerentola, a mezzanotte siamo scappati tutti per non perdere l’ultimo metrò. Alle una e mezzo circa eravamo in albergo. L’appuntamento per la mattina era fissato per le 9, dato che non valeva la pena svegliarsi presto per poi aspettare ¾ di ora l’arrivo del resto della compagnia.

📅Venerdì 30 aprile:

Solita dormita ristoratrice, solita colazione la mattina, solito andirivieni di nostre compagne che, chi per una ragione, chi per un’altra, si trovavano a circolare dalle nostre parti. Devo premettere che sono una ragazza prudente, di natura, e quindi avevo con me aspirine, pillole contro il raffreddore ecc. e siccome si era sparsa la voce, la maggior parte mi veniva a chiedere se avevo qualcosa per il mal di testa o se avevo la matita color verde argentato per gli occhi. Mi sentivo come al servizio noleggi.

Comunque alle 9 eravamo pronte, come al solito.

Il programma del giorno comprendeva la visita ai giardini del Lussemburgo, al quartiere latino, alla chiesa più vecchia di Parigi e, nel pomeriggio, ai grandi Magazzini “La Fayette”. Il quartiere latino non era molto distante dal nostro ormai abituale ristorante e quindi, dopo la solita corsa in Metrò, abbiamo compiuto una lunga passeggiata fino ai giardini del Lussemburgo e naturalmente a mezzogiorno eravamo tutti al ristorante. Non era ancora ora di pranzo e così ne abbiamo approfittato per fare una visita ad un grande magazzino nelle vicinanze e agli scavi per una nuova stazione della metropolitana nei pressi del Louvre. Dopo pranzo, solita siesta lungo la Senna, a prendere il sole, e più tardi, di nuovo in viaggio verso i magazzini “LA FAYETTE”. Sono una cosa veramente immensa, 5 piani di altezza e un ettaro sicuro di estensione, con una scala tipo quelle di Vanda Osiris, dal 1º al 2º piano e un sacco di scale mobili affollatissime.

Abbiamo girato per un’ora circa, poi eravamo “sfiniti” e, ritrovatici, decidevamo di cenare nelle nostre stanze, in modo da poter uscire più presto la sera e divertirci di più. La decisione era accettata da tutti con entusiasmo; arrangiarsi, specialmente nel campo “pranzo” e “cena” fa sempre un certo effetto. Per conto mio mi sono arrangiata e con 500 lire abbiamo mangiato in due e ne è avanzato anche per il giorno dopo. Naturalmente però, quando l’organizzazione non furziona bene, non si può pretendere che sia tutto regolare.

È successo così che i conti non tornavano ed abbiamo dovuto aspettare per circa un’ora i ritardatari. In conclusione si è verificata la situazione della sera precedente, tantopiù che ci era stato sconsigliato di andare in un certo locale che non mi ricordo più. Cosi si decideva di ritornare nel locale della sera prima, e tutto è andato secondo le previsioni, con la sola differenza che abbiamo conosciuto alcuni ragazzi francesi coi quali, per capirsi, era necessario parlare tedesco. Solita fuga a mezzanotte, con la sola differenza che, mentre aspettavamo il metrò, abbiamo potuto osservare l’insolito spettacolo di alcuni ragazzi negri che, per scherzo, facevano un sacco di mattate, prendendosi perfino a pugni: robe da scoppiare dalle risate.

Anche quella sera, o meglio, quella mattina, alle una e mezzo eravamo in albergo, stanchi morti; se uno non si addormentava mentre “cascava” sul letto, poco ci mancava.

📅Sabato 1 maggio:

La mattina dopo l’appuntamento era fissato ancora per le nove. Saremmo andati a visitare il “Mercato delle Pulci” e, nel pomeriggio, saremmo andati a cena, su invito del Circolo Trentini nel Mondo. Il tempo, naturalmente, rimaneva bello, anche se un po’ freddino ma la solita camminata ci faceva riscaldare e nelle stazioni della metropolitana si stava benone.
II Mercato delle Pulci è caratteristico di Parigi; vi si può trovare di tutto e non consiste solo di un immenso numero di bancarelle, ma anche di un’infinità di casette adibite a negozi di antiquariato, tappezzerie, negozi di vestiti ecc. Ogni tanto ti capitava di incontrare un gruppo di “hippies che vendeva anelli, catenine, bracciali e naturalmente ognuno di noi doveva stare bene attento a non perdersi, in mezzo al caos di quel sabato 1° maggio.

Per fare meno difficoltà decidevamo di dividerci in gruppetti di 3 o 4 e di ricordare bene i particolari di un determinato posto, per rendere più facile l’orientamento, in caso di necessità. Naturalmente, dopo un paio d’ore eravamo stanchi morti e l’idea di tutti era di recarsi al più presto al solito ristorante per pranzare. Ormai ero diventata espertissima in fatto di metropolitane ed il prof. di geografia si rivolgeva sempre a me per decidere insieme la strada più conveniente per lunghezza, dato che con il biglietto d’entrata si può circolara in tutti i sensi, pur di non uscire all’aperto.

Il pomeriggio, come al solito lo abbiamo trascorso lungo la Saona per riposare le “stanche membra”. Rientravamo in albergo verso le 17 per metterci un po’ in ordine per la sera visto che dovevamo andare a cena al Circolo Trentini nel mondo. Alle 19, dopo circa un’ora di cammino, arrivavamo a destinazione. L’accoglienza che abbiamo ricevuto è stata senz’altro più bella di quello che potessimo immaginare. Prima di sederci a tavola abbiamo ascoltato, in piedi, l’inno al Trentino e cantavamo insieme il ritornello. (ndr per gli studenti di oggi: https://www.youtube.com/watch?v=mNEyvqayBpk). Poi ha fatto seguito un breve discorso del Segretario Generale di questa associazione, dopodiché abbiamo potuto Iniziare la cena. Il servizio era organizzato da noi ed a turno ci autonominavamo camerieri e servivamo in tavola. Non ci siamo però fermati molto, ma abbiamo avuto ugualmenta i modo di conoscere un ragazzo, il figlio del direttore della sede di Parigi, di una simpatia eccezionale. Parlava italiano con noi, ma frequenta regolarmente scuole francesi ed ha la nostra stessa età. Abbiamo fatto subito amicizia ed è venuto con noi a fare un giro in battello sulla Senna.

Erano circa le 9 di sera ed il giro durava un’oretta circa. Lo “speaker” spiegava in francese, inglese e tedesco, e descriveva i vari monumenti. Gabriel, cosi si chiamava i nostro nuovo amico, traduceva il tutto in italiano e ciò ci ha reso il giro molto più interessante Siamo arrivati fino alla Torre Eiffel, passando sotto un’infinità di ponti veramente stupendi. Fra questi, il ponte nuovo è particolarmente conosciuto perché costruito con le rovine della Bastiglia. Non si sa bene perché si chiami Ponte Nuovo, dato che è il più vecchio della citta Poi siamo tornati indietro ed abbiamo fatto il giro dell’isola, completamente illuminata. Alle dieci circa mettevamo piede sulla terraferma, ma era ancora presto per noi. Solo che non avevamo idea di quello che avremmo potuto fare. Parte di noi era piuttosto stanca e decidevamo cosi di dividerci in due gruppi: chi voleva tornare in albergo sarebbe andato con il prof. Meneghelli, gli altri sarebbero andati a Montmartre con la signora Magnani. Risultato: 12 di noi andavano a Montmartre, accompagnatori compresi, gli altri tornavano in albergo.

Montmartre è veramente qualcosa di spettacoloso. La chiesa del Sacro Cuore, in marmo bianco, era completamente illuminata. Abbiamo preso la funicolare, una specie di funivia che corre sulle rotaie, per evitare le centinaia di gradini e siamo arrivati in cima.Sulle gradinate gruppi di ragazzi con chitarre attiravano l’attenzione dei passanti ed anche noi ci siamo fermati ad ascoltare. Siamo arrivati fino alla chiesa e da lì abbiamo dato uno sguardo al panorama della città.
Naturalmente non era possibile distinguere i vari edifici, come di giorno, ma tutte quelle vie illuminate, la piazza Pigalle ai nostri piedi con tutte quelle luci coloratissime che si accendevano e spegnevano, ci davano un’idea di quello che può essere una città di notte. Specie se questa città è Parigi. Non ci siamo fermati molto però lassù. Era circa mezzanotte. Abbiamo fatto di corsa le scale per vedere, chi di noi arrivava prima. Certo che se si inciampava, era finita. Siamo cosi arrivati nel centro notturno più popolato della città, il quartiere dei famosi locali notturni come il Moulin Rouge. Non so quanti locali di questo tipo siano situati sulla strada che stavamo percorrendo. Si può dire che ogni 10 metri ce n’era uno e naturalmente i prezzi variavano: andavano dai 3 franchi (300 lire) ai 12-13 e forse anche di più, a seconda del tipo di spettacolo. A complemento di questi locali erano un sacco di negozi in cui si vendeva materiale pornografico, ma naturalmente in un posto come quello non ci si faceva neanche caso. Si cercava soprattutto di rimanere il più uniti possibile, per evitare qualche brutto incontro e per non perdersi. Gabriel ci diceva che quello, con il nostro, era uno dei quartieri più malfamati di Parigi. Mi sembra che si parlasse di una media di 5 morti per notte, ma non posso dire che sia vero; è una voce che ho sentito circolare. Beh, continuando il discorso di prima, abbiamo camminato parecchio.

Verso le una eravamo stanchi morti e ci siamo fermati in un bar a prendere qualcosa. Pensavamo che era già domenica e la sera stessa dovevamo ripartire per Trento.
Dovevamo ancora preparare le valigie, ma non avevamo nessuna fretta di tornare in albergo. La strada però era lunga e cosi decidevamo di rimetterci in moto. L’albergo era a circa 3-4 km di distanza, potevamo benissimo arrivarci a piedi, anche per il fatto che la metropolitana ormai era chiusa. Cosi, con molta calma (l’unione faceva la forza) arrivavamo in albergo alle due e mezzo di mattina. Per ragioni di sicurezza ogni ragazzo aveva a braccetto una ragazza; con certe facce in giro non si poteva mai sapere.

Arrivati in albergo, io e la mia compagna non avevamo le chiavi per entrare in camera. Dato che dormivamo in quattro e le altre due erano già ritornate da un pezzo, abbiamo pensato di chiedere la doppia chiave ma il padrone si ostinava a dirci che non l’aveva. Naturalmente non sapevamo più come fare per svegliare le nostre socie: avevamo bussato alla porta, gettato sassolini contro i vetri della finestra, avevamo fatto un baccano infernale, ma evidentemente stavano dormendo profondamente. Allora io e Anna decidevamo di andare a dormire da altre nostre compagne che erano ritornate assieme a noi. lo ero in una stanza, Anna in un’altra. Ci siamo un po’ strette su, ma alla fine ci siamo accomodate. Naturalmente, prima di addormentarci abbiamo chiacchierato un po’ e alle quattro eravamo ancora sveglie. Da notare che alle otto della stessa mattina dovevamo trovarci tutti in strada con le valigie pronte.

📅Domenica 2 maggio:

Alle 7 di mattina, dopo 3 ore di sonno, mi svegliavo per ritornare in camera mia e, parlando con un’altra mia compagna, ho fatto una scoperta sensazionale: la chiave l’aveva Anna nella borsetta, e non se lo ricordava. L’avrei presa a sberle, ma dopotutto la faccenda non poteva risolversi che con una risata, tutto è andato avanti come se non fosse successo niente di straordinario. Rientrata in camera, ho mandato giù in fretta e furia la colazione, mi sono messa un po’ in ordine, e mezz’ora dopo la valigia era pronta.

Alle 8, dopo qualche inconveniente, partivano tutti quanti. Metà di noi con tutte le valigie, sarebbe andata alla stazione, gli altri sarebbero andati al Louvre e ci avrebbero aspettati li. Abbiamo preso ancora una volta il metrò, e siamo andati a depositare le valigie, poi siamo andati anche noi al Louvre. L’ingresso, la domenica, è gratuito, ma senza una guida pratica bisogna arrangiarsi come si può.

Ci siamo divisi in gruppi di due o tre persone e abbiamo girato per circa un paio d’ore Sono riuscita a trovare la “Gioconda“, la Venere di Milo, la Nike di Samotracia e la Vittoria alata, 3 statue molto antiche in perfetto stato di conservazione. Sono arrivata nel reparto “Antiche Civiltà” tipo Egiziani, Fenici, Assiro – Babilonesi ecc., per finire poi in un salone immenso dove sono custoditi i gioielli di alcuni famosi re francesi: scettri, corone, anelli, bracciali, diademi, collane ecc.

Alle dodici arrivavamo al nostro abituale ristorante. Quel giorno terminavamo il pranzo con champagne, frutta e dolce. Assieme a noi abbiamo brindato tutti quanti, dal padrone (un italiano) al cameriere (quello famoso che ci ha condotti a ballare quella sera). Il pomeriggio siamo ritornati lungo la Senna, con un paio di tartarughine in più, cosi abbiamo passato il tempo a far fare loro delle gare di “corsa”. Attorno a noi si raggruppava un sacco di gente, soprattutto dei bambini, che volevano vedere e accarezzare le due tartarughine. Il tempo passava in fretta. Erano quasi le cinque e fra mezz’ora avremmo dovuto prendere per l’ultima volta il metrò per dirigerci tutti quanti alla stazione. Ultimi acquisti di sigarette, soprattutto l’ultimo saluto ai nostri quasi amici del ristorante, alla Senna, all’Isola, al Louvre. Arrivavamo in stazione alle 6 e 1/2 circa. Il treno partiva circa un’ora più tardi. Siamo andati a ritirare il bagaglio e ci siamo diretti con molta calma al binario. Abbiamo cercato il nostro vagone e ci siamo sistemati per il meglio. Perlomeno stavolta avevamo la certezza che non ci saremmo mossi di li fino al nostro arrivo a Verona.

Alle 7 e 28 il treno partiva e noi eravamo affacciati ai finestrini a salutare gente sconosciuta, ferrovieri, facchini, persone distinte con la segreta speranza di poterli rivedere ancora un giorno. Viaggiavamo a velocità piuttosto elevata. Calava la sera (in pianura divenuta notte più tardi che da noi) e rivedevamo passare davanti a noi l’identico paesaggio di 5 giorni prima, ma sotto un aspetto diverso. Alle 8 circa desideravamo di mandar giù qualcosa, la nostra cena consisteva in un panino imbottito e una bibita a scelta. Il tutto ci era stato offerto gratuitamente dal nostro (?) ristorante. Cominciava a far notte, ma nessuno di noi aveva voglia di dormire. Si scherzava, si rideva, si andava a trovare gli altri per vedere come andava e quando non sapevamo cosa fare andavamo a farci un giretto sul corridoio, magari sconfinando (volutamente) nei vagoni vicini.

Alle undici qualcuno cominciava già ad avere sonno e sai com’è, uno sbadiglio tira l’altro e cosi cominciavamo tutti a dire che avremmo voluto dormire. Poco dopo era tutto silenzio: eravamo partiti. Ormai il viaggio di ritorno non aveva nessuna attrattiva per noi e le 4 o 5 ore di sonno per notte ci avevano semplicemente distrutti

Ci svegliavamo solamente alla dogana, quando il trambusto sui vagoni non ci lasciava più dormire, e cosi abbiamo tirato fin quando non si è fatto giorno. Alle 6 e 1/4 arrivavamo a Verona e ripartivamo per Trento con l’accelerato delle 7. Arrivavamo a destinazione alle nove. In stazione ci salutavamo tutti ed io personalmente, appena arrivata a casa, mi sono buttata sul letto e non mi sono mossa fino a mezzogiorno.

Avevo sonno in arretrato, come tutti gli altri, del resto, e cosi è successo che per tre giorni di seguito abbiamo seguito le lezioni senza capirci un cavolo. I nostri pensieri erano ancora tutti là, a Parigi, una città indimenticabile, e già cominciavamo a progettare di tornarci ancora insieme, appena ottenuto il diploma di ragionieri.